Eform News

28/03/2004

Care compagne, cari compagni,

con “Quando gli elefanti schiacciano l’erba: Cecenia il massacro che non c’è – I conflitti nel Caucaso e i nuovi assetti politici internazionali” riprende il ciclo di appuntamenti dell’E-form, la nostra area di formazione politica. Lunedì 29 marzo alle 17.30, presso la Federazione in via dei Fiorentini, ospiteremo Carlo Gubitosa, giornalista freelance che collabora con l’Associazione di volontariato dell’Informazione Peacelink. Nel 2000 Gubitosa è stato testimone diretto dei postumi del secondo conflitto in Cecenia. Qualche anno dopo ha raccolto le impressioni e le esperienze di quella sporca guerra in un libro pubblicato e distribuito, lo scorso sabato 20 Marzo, da l’Unità.
L’idea che sta dietro questo incontro è quella di occuparsi delle non-emergenze, ovvero di quei fatti che non sono nell’agenda politica di nessuno, che non vengono raccontati dai media e che noi stessi misconosciamo, fin quando un attentato particolarmente feroce non li sbatte in prima pagina suscitando la nostra e l’altrui, poco onesta e tardiva, indignazione.
La Cecenia è uno di questi fatti. E’ la storia di una regione più piccola della Toscana di poco più di un milione di abitanti che negli ultimi tre lustri ha subito due guerre devastanti. Un quarto della popolazione è morta, in proporzione è come se in Italia fossero morti 13 milioni di persone, nel silenzio generale dell’Europa. E’come se le nostre madri, le nostre sorelle fossero state violentate, i nostri padri e i nostri fratelli uccisi e nessuno a Berlino a Roma a Madrid scendesse in piazza. E’ come se nel 1994 e nel 1999 (non il secolo passato) fossimo stati attaccati militarmente da una potenza straniera e l’ONU non avesse battuto ciglio. E’ come se nel 1944 avessimo subito una deportazione di massa in una regione confinante e nessuno nelle università, nei dibattiti, lo ricordasse mai.
Il messaggio che vorrei che passasse è che la Cecenia è culturalmente Europa. Come ricordava Adriano Sofri in un articolo su l’Unità del 22 febbraio, è lì, sui monti del Caucaso, che Prometeo sopporta lo strazio delle carni. E anche se non fosse Europa, aggiungo, avremmo lo stesso identico dovere di conoscere e capire, almeno. Avremmo lo stesso identico dovere di pretendere un’Amministrazione ONU per la Cecenia e una commissione di inchiesta sui crimini della Russia, sui crimini dei ceceni, sui traffici petroliferi e sulle commistioni con le mafie russe.
Carlo Gubitosa e gli altri ospiti ci aiuteranno a capire cosa hanno in comune il petrolio del Caucaso, Boris Eltsin le minoranze armate islamiche,Vladimir Putin e la popolazione cecena.
Troverete sul sito l’incipit del testo di Gubitosa (in edicola forse riuscite a trovarlo ancora), la nota bibliografica, che può servirvi per una più approfondita documentazione e alcune pagine tratte dal sito dell’operazione Colomba.
L’e-form è un circolo, non lesinate i vostri interventi e le vostre domande, aprite discussioni, siate propositivi, i materiali e le idee che raccoglieremo lunedì 29 hanno bisogno di girare in rete e vi ricordo che ognuno di voi può immettere e scaricare materiale con la sua password. Vi aspetto.

Andrea Di Miele
Direzione Regionale Campania
dimiel@caramail.com













postato da PasqualeBiondi | 12:22 | <


17/01/2004

Cari Compagni, come promesso ecco iniziare il ciclo di lezioni on-line sul Terrorismo Internazionale, l'ultimo di cui ci occuperemo insieme alla compagna Velotti - unica ideatrice dei contenuti e delle analisi che vi proponiamo - e al compagno Di Miele che cura da tempo l'organizzazione e la linea editoriale dell'E-Form insieme al sottoscritto.

Questa, e l'annunciata iniziativa su Sviluppisti e Progressisti -che farà felice i compagni dell'Orientale ma anche i più Rosselliani - rappresentano il mio saluto alla Sinistra Giovanile che lascerò a breve, appena conclusa questa nuova fase politica regionale che già da ora investe tutti i gruppi dirigenti in un'azione di rilancio complessivo dell'organizzazione.

Buona Formazione, dunque, e "al lavoro e alla lotta": sarà dura comprendere i processi e le dinamiche di una generazione che non vive più il tempo della Guerra Fredda, ma che non ha per questo guadagnato in termini di stabilità e ordine mondiale... anzi, la nostra epoca sempra piuttosto caratterizzata da una nuova militarizzazione e da un nuovo tipo di conflitto generalizzato: la guerra asimmetrica!

per ulteriori chiarimenti o solo per ricevere note bibliografiche o versioni word dei testi scrivete a:

giuliavelotti@inwind.it; opp. dimiel@caramail.com; opp. dimiel@hotmail.com;

Saluti idealisti, Nazario Malandrino

Resp. Regionale Area CulturE-FORMazione Politica

nmaland@tin.it

Corso E-Form

Terrorismo

Internazionale

-prima lezione-
Le interpretazioni del mondo:
"1989" e "11 settembre" a confronto
.

L’attacco agli Stati Uniti dell’11 settembre ha risvegliato la coscienza collettiva internazionale e in particolare quella del mondo occidentale, su di una terribile minaccia.

L’11 settembre 2001 "est une rupture, sans l’être vraiment", una rottura per le premier monde che improvvisamente ha fatto la tragica scoperta di non essere in grado di prevedere un minaccia terroristica. Superata la fase della deterrenza nucleare e della divisione in blocchi propria della guerra fredda, il mondo occidentale, confortato dalle politiche di peacekeeping , si era illuso che anche i terrorismi, come le violenze etniche e più in generale le guerre, non appartenessero più alla "propria" storia.

L’11 settembre è il discrimine, dando inizio ad una nuova fase.

Ma non si tratta solo di rottura, in quanto nel resto del mondo , contrapposto al primo, dove i conflitti non hanno mai smesso di alimentarsi, diffondersi ed adattarsi, si deve parlare di continuità.

I fatti dell’11 settembre non arrivano per caso, par hasard ; è una nuova tappa, magistrale e catastrofica, di un processo storico che si snoda dal secondo dopoguerra.

Non ho le competenze per dire, come da molti affermato, se gli attentati alle Torri Gemelle, rappresentino uno spartiacque nella storia dell’umanità e se l’11 settembre possa essere la data di inizio del Terzo Millennio; ma sicuramente vedendo attonita e in tempo reale quel "U.S.Attacked" sulle prime pagine dei grandi quotidiani e documentato dalle maggiori network televisive ; non si può nascondere la sensazione di essere piombati in un mondo dominato dalla violenza e dal terrore, l’avverarsi del peggiore degli ipotetici scenari in un mondo sempre più complesso e interdipendente.

Cosa ho visto, cosa abbiamo visto l’11 settembre in tempo reale? Che cosa riusciamo a concettualizzare di "nine eleven", nel momento in cui si è manifestato l’atto terroristico?

Un evento che ha suscitato molto clamore e una enorme quantità di commenti e prese di posizioni in tutto il mondo politico e mediatico. Uno dei luoghi comuni è che l’attentato rappresenti una svolta epocale, equivalente all’ingresso dell’umanità in un’epoca completamente nuova: il minaccioso XXI secolo. E analisti di politica internazionale, politologi, giornalisti, intellettuali (dall’America all’Europa, dalla Russia all’Estremo Oriente) sono concordi, nell’interpretare e spiegare l’evento accaduto, che il mondo non è più lo stesso e che si è entrati in una nuova era delle relazioni internazionali.

"Due cose sono accadute martedì; che siano accadute a New York e Washington era probabilmente inevitabile. Innanzitutto si è verificato un momento determinante. Questi momenti sono rari nel progredire dell’uomo lungo i secoli, e in certe occasioni non sono stati nemmeno riconosciuti quando si sono verificati. Dopo quel momento nulla sarà mai come prima. Dopo quel momento si inizia, per dirla con Hegel, un nuovo modo (Eine neue art)".

Alla conferenza generale dell’Unesco, il Presidente francese Jacques Chirac, intervenendo sul tema "La sfida delle culture nel mondo globale", non è più convinto di un mondo libero e pacificato, dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine della Guerra fredda, con la tragedia dell’11 settembre è stata colpita al cuore una visione utopistica di un nuovo millennio di pace. C’era chi pensava che ci fossimo lasciati alle spalle il secolo delle due guerre mondiali con i suoi milioni di morti, la Shoah, il gulag e i tanti altri massacri. Nonostante i conflitti che continuavano ad insanguinare il nostro pianeta, il secolo nascente era accolto con speranza e fiducia e convinti che i progressi della scienza, i benefici dell’istruzione, la rapidità delle comunicazioni avrebbero portato più prosperità, più giustizia, più felicità. Fiducia nei progressi della democrazie e nell’affermazione delle solidarietà".

Gli attacchi terroristici, contro il simbolo della nuova economia planetaria, hanno rivelato con realismo, l’altra faccia della globalizzazione: la minaccia globale. A dirla con le parole di André Glucksman: "il fragore di Manhattan, l’11 settembre del 2001, cambia tutto. Il destino del pianeta è alla portata di tutti le mani e di numerose borse: basta che un aereo sia dirottato su una centrale nucleare ed ecco che boccone dopo boccone, l’umanità si autodivora".

La minaccia del terrorismo internazionale, però non ha cambiato soltanto il panorama di Manhattan ma, altresì, lo scenario internazionale. Negli attentati dell’11 settembre oltre ad alcune migliaia di persone, sono scomparse alcune idee, che si riteneva ampiamente condivise. Molte delle certezze su cui si fondavano scelte politiche, militari ed economiche degli Stati Uniti si sono dissolte, come le strutture in acciaio del World Trade Center.

"L’idea, che dopo il secolo delle nazionalità (il XIX secolo) e quello delle ideologie (il XX), l’inizio del nuovo millennio sarà segnato dallo scontro tra civiltà, tra culture e religioni".

Credo, che la teoria sul "disordine mondiale" generato dallo scontro tra due civiltà, è insufficiente e semplificatrice; nella storia si riscontra molta più pace che conflitti tra civiltà diverse e religioni; questa idea serve da strumento per nobilitare gli scontri economici e geopolitici, nonché imperialisti e coloniali. Ma anche questa è una interpretazione da considerare e valutare. In effetti, il modo più costruttivo di capire i problemi e sviluppare nuove idee è quello di avanzare ipotesi. Ed oggi nell’interpretare il mondo nella sua complessità occorrono tutte le possibili variabili, compresa la componente religiosa, nonché la dicotomia tra le categorie spaziali e di identità dell’Occidente rispetto all’Oriente e viceversa.

E, come evidenzia il sociologo M. Juergensmeyer, nel suo ultimo saggio dal titolo suggestivo "Terroristi in nome di Dio", l’oscura alleanza tra religione e violenza si manifesta oggi energicamente: "la religione ha un ruolo fondamentale perché offre giustificazioni morali per uccidere e mette a disposizione immagini di guerra universale […]. Ma questo non significa che la religione sia causa della violenza, né che la violenza religiosa non possa, in alcuni casi, essere giustificata da altri mezzi. Significa tuttavia che la religione spesso mette a disposizione usanze e simboli che rendono possibile lo spargimento di sangue, e anche catastrofici atti terroristici".

E, invero, tornano in scena metafore e immagini che distinguono e dividono il mondo sulla base di vecchi e nuovi radicamenti spaziali, culturali, ideologici e religiosi, in un permanente conflitto etico, politico e storico. La religione, le questioni etniche, le guerre tribali, l’odio teologico, la dicotomia Islam/Cristianesimo sono categorie che si riaprono e necessariamente dovranno essere osservate e analizzate. E, a mio avviso, non è possibile non fare i conti in maniera più ravvicinata con la tesi di Samuel Huntington sul ventunesimo secolo come il secolo dello scontro delle civiltà. Una tesi che l’evento dell’11 settembre ha contribuito a far avvolgere nell’aura della previsione profetica e che, per molti versi, corrisponde anche ad un senso comune diffuso.

Ma oggi più che mai, è la percezione di una cospirazione politica internazionale, sia in nome di un nuovo ordine economico, sociale, politico e religioso, che si presenta al mondo post-Guerra fredda in maniera preoccupante e inquietante.

Questa situazione, inevitabilmente, ha modificato alleanze e schieramenti, rapporti di amicizia e di ostilità.

Si sono delineati nuovi scontri ed incontri, nonché imprevedibili scenari e grandi timori.

L’evento globale, dall’impatto emotivo e sconvolgente, ha diffuso, secondo lo storico Michel Vovelle, "il complesso di Hiroshima, ossia la consapevolezza che lo sterminio globale rientra nel regno del possibile". E non v’è dubbio, dunque, che la tragedia americana sia destinata ad influire radicalmente sulla struttura del mondo e sulla possibilità stessa di un nuovo ordine mondiale.

Secondo la rivista geopolitica Limes, con "l’11 settembre è finita l’era geopolitica cominciata il 9 novembre del 1989. Crollava allora il Muro di Berlino, seguito due anni dopo dal suicidio dell’Unione Sovietica".

Oggi per dirla con le parole del generale Carlo Jean, autore di un nuovo saggio di geopolitica: "due cose minacciano il mondo: l’ordine e il disordine. Durante la Guerra fredda vi era troppo ordine; dopo - in particolare dopo l’11 settembre – è subentrato un eccessivo disordine".

"Con l’11 settembre è finita l’era della disinvoltura, l’era del godersi pigramente i dividendi della pace e gli americani hanno dato per buona l’idea che l’ordine mondiale si basava sul fatto che comandavano loro e gli altri obbedivano, non nel tentativo di imporre un assetto, ma agendo in modo disinvolto, prendendo per buono tutto purché corrispondesse ai loro interessi immediati. […] Gli americani hanno in modo disinvolto arruolato tutti i movimenti contro il loro stesso sistema" .

La sequenza storica aperta dagli attentati dell’11 settembre testimonia oltre ad un choc dei popoli, un vero choc geografico e psicologico: il mito della sicurezza americana è fallito, il paese della Bibbia e del dollaro non è più inviolabile. Secondo il segretario della Difesa degli Stati Uniti, Donald H.Rumsfeld, "gli attacchi sono stati un trillo di sveglia, un avvertimento del fatto che stiamo entrando in un nuovo periodo, molto pericoloso, della storia americana, un’epoca nella quale l’invulnerabilità storica degli Stati Uniti è stata rimpiazzata dalla vulnerabilità, un periodo nel quale nuovi nemici colpiscono le nostre città e il nostro popolo in modi inediti e sorprendenti".

Pertanto, l’11 settembre rappresenta uno spartiacque nella storia dell’umanità, denotando una catastrofe intellettuale della modernità e delle categorie con le quali si interpretava il mondo dopo il 1989. Un evento, che ha per analogie storiche l’incendio della Casa Bianca e del Campidoglio ad opera degli inglesi nel 1814 e l’attacco giapponese a Pearl Harbor nel 1941, e che analizzato nella sua complessità, apre la via a nuove strategie, mostrando il fallimento di quelle passate.

"Un fatto assolutamente nuovo per il mondo", un clamoroso rovesciamento delle dinamiche di potere che l’Occidente aveva per secoli esercitato al di fuori dei propri confini .

Gli avvenimenti dell’11 settembre hanno avuto almeno l’effetto positivo di dissipare alcune illusioni e di aprire gli occhi sul mondo così com’è, ovvero spesso tragico.

Nel corso dell’ultimo decennio, invece, si era progressivamente sviluppata in Occidente una sorta di nuova utopia di stile settecentesco: data l’incontestabile supremazia della coppia democrazia/mercato e la scomparsa di qualsiasi credibile alternativa all’organizzazione dominante in campo economico e politico, il mondo non avrebbe che potuto progredire nel senso di un mondo più prospero, più pacifico, più globale: il benessere derivante dai commerci in una società senza conflitti di rilievo.

Le immagini del dissolvimento del World Trade Center (ad opera di un gruppo di terroristi kamikaze) ci hanno detto, invece, che i conflitti torneranno a manifestarsi, superbamente e tragicamente, e che saranno l’equivalente di un’arma nucleare.

Il ricorso ad armi non convenzionali è esplicitamente invocato dal terrorismo internazionale; anche se non si esclude l’uso della bomba atomica.

Ritorno del conflitto o "conflitto senza ritorno?": questo un altro interrogativo che più inquieta il mondo politico e diplomatico, nonché quello civile e mediatico, davanti ad un evento così estremo, assoluto, totalitario e senza appello.

E per rispondere a questa domanda, non si può archiviare l’evento e consegnarlo acriticamente alla storia, ma è necessario andare alle radici e leggere nella precarietà, nelle contraddizioni e nelle lacerazioni ingenerate dall’ordine politico unipolare e dalla gobalizzazione, l’evoluzione e la messa in atto del terrorismo internazionale, che percorre, per certi versi, un binario parallelo a quello delle relazioni internazionali.

Gli eventi dell’11 settembre e del dopo devono essere, in buona misura, ricondotte al venir meno della forza ordinante e disciplinante delle forme politiche della prima modernità e di quelle dell’ordine bipolare.

Il sistema internazionale pre-’89 era un sistema "bipolare elastico", caratterizzato dal balance of power tra gli Stati Uniti e l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche con i rispettivi blocchi, basato sui principi dell’ "equilibrio del terrore" proprio della "dissuasione nucleare". Un modello bipolare, dove non si consentiva la soluzione della prevalenza egemonica, che aveva una forte stabilità nel sistema internazionale, con un certo numero di Paesi "non impegnati" e un attore internazionale, l’ONU, con uno inadeguato potere coercitivo. In quel sistema, il gioco era prevalentemente a somma zero.

Con la caduta del Muro di Berlino nel 1989 e la dissoluzione dell’Unione Sovietica ebbe inizio una nuova era: il passaggio da una condizione di equilibrio ad una nuova condizione di "primato" mondiale realizzata dall’unica grande potenza, gli Stati Uniti d’America. Si parla infatti di primus inter pares, o addirittura degli Stati Uniti come detentori della "supremazia" (American Primacy) sul pianeta, che Rita Di Leo descrive così: "Questo primato ha dato a quel grande paese una egemonia senza precedenti in campi fondamentali: politico, perché il principio della libertà dell’individuo è divenuto un valore universale; economico, perché il controllo dell’inflazione ha coinciso con la piena occupazione; scientifico, perché gli investimenti nell’invenzione e nell’innovazione sono diventati trainanti; militare, perché dispone di un apparato di difesa globale".

Insomma, allo zenit della sua potenza, Washington si accingeva a godere dei dividendi della pace, da sola e sovraesposta.

Il quadro internazionale e bipolare della guerra fredda si chiudeva pacificamente, con l’ "abbandono" da parte dell’Orso sovietico: insomma senza una "guerra costituente" che sancisse e stabilisse la nuova distribuzione delle forze, come sempre era avvenuto in passato in occasioni di cambiamenti strutturali del sistema internazionale ovvero all’inizio dei cicli egemonici.

Per questa ragione, e cioè, perché il passaggio dal bipolarismo ad un nuovo sistema post-bipolare o unipolare era avvenuto senza una guerra di grandi dimensioni, il 1989 fu definito da esperti di politica internazionale di ispirazione liberale "annus mirabilis".

Ma cosa hanno in comune il crollo delle Torri Gemelle del World Trade Center nel 2001, e quello del Muro di Berlino nel 1989? Dodici anni dopo la scomparsa di quella linea di confine che divideva il mondo liberale da quello comunista, una nuova cortina di ferro sembra essere stata eretta, quella tra mondo democratico e il "resto del Mondo". "Gli incunaboli dell’11 settembre – che ricostruiti nella loro dimensione profonda vengono da molto lontano – sono politicamente da collocare nelle vicende dell’ultimo decennio". È indispensabile cogliere in tutta la sua radicalità la svolta del 1989, che comportò l’avvio di una nuova fase delle relazioni internazionali e dei rapporti di forza tra stati e continenti di importanza ideologica e strategica.

Con la dissoluzione dell’impero sovietico, come secondo polo nel sistema internazionale, l’Occidente aveva coltivato l’illusione di un mondo globalizzato privo di minacce. Oggi, per l’Occidente è finita la grande illusione: si è rotto tragicamente questo incanto. Nel dopo guerra fredda, cioè un’era geopolitica fa, Washington, che si accingeva a godere dei dividendi di pace e a proclamare la nascita di un "Nuovo Ordine Internazionale" caratterizzato da un forte attore universale (le Nazioni Unite), si diffuse sempre più l’idea che sarebbe iniziata una nuova era di pace e prosperità e che la democrazia e il sistema capitalistico dovevano essere necessariamente esportati nel resto del mondo. Dunque la fine del bipolarismo collocava gli Stati Uniti al centro del potere mondiale in una posizione di monopolio del potere, e il pensiero dominante era sintetizzato nell’espressione-chiave The New World Order forgiata da George Bush (padre), come l’unico sistema coerente e da estendersi su scala mondiale e giusto per l’equilibrio del pianeta. Una visione ambiziosa e ottimistica per iniziare una nuova missione (da parte degli USA): esportare la democrazia nel mondo attraverso un nuovo gioco, quello del domino.
 E se un tempo gli ideologi marxisti dibattevano se si potesse "esportare la rivoluzione con le armi"; dopo il periodo post bipolare si iniziò a discutere se era possibile "esportare la democrazia" con le armi. E questa nuova visione, sembrò subito essere applicata: la Guerra del Golfo del 1991, può essere considerata una sorta di prova generale, un vero e proprio test per riorganizzare il sistema internazionale ad immagine e somiglianza degli Stati Uniti. Ci venne detto e ribadito oggi, all’indomani della Seconda Guerra del Golfo, che il rovesciamento del regime di Saddam Hussein avrebbe permesso la democratizzazione dell’Iraq e di conseguenza lo scatenarsi si un "tsunami" di democrazia attraverso il mondo islamico. Insomma la produzione di un fenomeno di portata analoga alla caduta dei regimi comunisti nel 1989-91 . Ma sarà davvero così, oggi? Ieri, si parlò di fine della storia, l’impossibilità di pensare e organizzare il mondo secondo una logica bipolare fondata sulla possibilità di un’alternativa alla realtà esistente: fu la vittoria, quindi, del "pensiero unico", del sistema unipolare costruito intorno all’egemonia americana. E questa fu una delle tante rappresentazioni del mondo post-bipolare che si diffuse troppo rapidamente. All’indomani della caduta del Muro di Berlino, e ancor prima che si consumasse la crisi definitiva dell’Unione Sovietica, molti analisti e studiosi di politica internazionale concordarono sull’idea che la fine del bipolarismo avrebbe rimosso la guerra stessa dall’orizzonte delle relazioni tra Stati, dischiuso la via ad una nuova epoca di pace e addirittura avrebbe proiettato il genere umano verso la realizzazione dell’ideale kantiano della "pace perpetua".
E secondo lo storico F.Tuccari, "due argomenti fondamentali alimentavano queste previsioni oltremodo ottimistiche. Il primo si fondava sul fatto che col tramonto della contrapposizione planetaria tra USA e Urss veniva definitivamente a cadere la minaccia apocalittica della guerra termonucleare globale, l’incubo terrificante del primo e del secondo colpo che disintegrano in una manciata di minuti l’intero pianeta. Il secondo si basava invece sull’equazione, assai più problematica, tra l’ormai incipiente trionfo globale del modello occidentale di sviluppo – in particolare del binomio di libero mercato e di democrazia liberale – le prospettive della pace" . Ma oggi, dopo l’11 settembre, con una guerra dichiarata contro il terrorismo internazionale e una "guerra preventiva" contro l’Iraq in nome di valori universali quali la libertà e la democrazia, questo patrimonio concettuale dell’inizio di un periodo di pace perpetua o meglio, di una pax americana, sembra essere sconfessato dagli eventi. Quasi tutte le previsioni e le teorie elaborate sembrano diventare carta straccia. Occorrono nuovi paradigmi e altre letture della storia. Gli avvenimenti sono troppo complessi e si muovono più veloci della storia. E la complessità risiede nell’accelerazione dei cambiamenti nonché nella globalizzazione del mondo.





postato da nmalandrino | 20:23 | <


10/12/2003

 

"Caro Berlinguer": Ricordiamo a tutti l'iniziativa-presentazione di oggi alle 18.00 all'Istituto italiano per gli Studi Filosofici a Monte di Dio (NA)

Contemporaneamente ci scusiamo per i ritardi nella preparazione del modulo sul Terrorismo Internazionale e comunichiamo invece l'anticipo del workshop su "SVILUPPISTI e PROGRESSISTI"

Data: da definire Testi di riferimento: Cap. <> da "Immanuel Wallerstein, Capitalismo Storico e Civiltà Capitalista" + Cap. <> da "saggio di Piero Bevilacqua su Manuale Donzelli - Storia Contemporanea".

Per iscriversi (1) o reperire materiale (2) scrivete a: gennaro(1) gennaroascione@libero.it e andrea(2) dimiel@caramail.com o a me nmaland@tin.it

ecco la scheda preparata dai compagni dell'E-Form (grazie Ascione!).

Lo sviluppo, o meglio l’idea di sviluppo, ha rappresentato e rappresenta, malauguratamente tutt’ora, la pietra angolare dell’organizzazione politica e sociale del mondo. Essa continua a svolgere un importante ruolo nel definire le strutture mentali, i quadri cognitivi e l’agire degli esseri umani nel nostro tempo.

Ma cosa s’intende per esso, quale sistema di significati esso evoca e qual è la storia di questo termine?

Potremmo partire da una definizione strettamente semantica e chiarire che il termine deriva dall’opera di scienza naturale di Wolff del 1759 che usa il termine "sviluppo" per indicare il raggiungimento del pieno e completo dispiegamento delle caratteristiche potenziali di un organismo biologico, per passare al successivo scarto semantico operato da Darwin che lo usa nel senso del compimento di un percorso verso una forma sempre più perfetta di organismo (1859). Nel frattempo fu Herder (1770) ha traslare il termine alla storia sociale e ad usarlo per definire l’evoluzione di una società, mentre è proprio con Marx che esso assume un’aura di scientificità nell’ambito delle scienze sociali allorchè passa a designare il processo principe del cambiamento sociale.

Ma più che speculare sull’uso del termine, dovremmo domandarci a quale modo di organizzazione della società questo concetto risponde, quali processi materiali esso rappresenta.

Nel 1949 il presidente americano Truman tenne un solenne ed ormai famoso (o famigerato) discorso alla nazione annunciando, nel famoso punto IV, un esteso programma di "aiuto" alle nazioni "sottosviluppate", che avrebbe fornito a queste aree "povere" gli strumenti tecnologici e i mezzi finanziari per il raggiungimento dello sviluppo ed il soddisfacimento dei loro "bisogni".

Gli Stati Uniti erano usciti dalla II Guerra Mondiale come la nazione egemone e più prospera del pianeta e l’effetto immediato di quelle parole fu la creazione del sottosviluppo: d’un tratto il palcoscenico della storia vide in scena tutti i popoli del mondo accomunati da un unico e grande progetto, moderno significò esclusivamente tecnologicamente avanzato, ma in una precisa accezione. La tecnologia non era più il modo attraverso cui comunità diverse trasformavano risorse differenti attraverso il lavoro dell’uomo per realizzare fini socialmente determinati, bensì tecnologia divenne sinonimo di industrializzazione, trovando forza esemplare nella sproporzionata dimensione dell’apparato produttivo americano che nell’industria bellica trovava efficace realizzazione.

La strada da seguire per i paesi che miravano alla libertà dal giogo coloniale era quella della crescita economica, che automaticamente avrebbe portato ad una redistribuzione delle ricchezze in ambito nazionale: ciascuna nazione, ciascuno stato-nazione si sarebbe autodeterminato e avrebbe scelto il proprio destino, lo affermavano tutti, dalla Casa Bianca ai movimenti di liberazione nazionale e più tardi lo affermeranno i fronti di liberazione nazionale in Africa e nel Sud Est asiatico; la retorica sviluppista infondeva speranze e dava una prospettiva di riscatto storico a regioni da secoli sopraffatte, ma nascondeva delle contraddizioni e dei falsi storici.

Lo sviluppo europeo si era fondato, dato incontestabile, sullo sfruttamento delle risorse e del lavoro coatto delle colonie, stabilendo relazioni tra gli stati ricchi e quelli poveri che non sono comprensibili se non in un’ottica integrata: come si può comprendere l’industrializzazione inglese senza l’estrazione mineraria in Africa, il commercio con le Indie, il lavoro degli schiavi nelle piantagioni a sostegno delle crescenti classi urbane industriali? Ebbene la ricetta dello sviluppo nazionale nascondeva ipocritamente i rapporti di dominio che gli stati nazionali industriali avevano imposto sulle altre organizzazioni sociali al momento della inclusione di questi ultimi nell’economia-mondo e per far ciò si servirono di un potente mito organizzatore, lo sviluppo appunto.

Il discorso di Truman disegna una linea del tempo in cui tutte le società sono semplicemente poste su gradini differenti di un’unica scala chiamata modernità: agli ultimi non resta che seguire la strada tracciata dai primi in un ideale e possibile sviluppo contemporaneo di tutti…impossibile date le condizioni oggettive prima descritte!

La sostituzione dei termini colonizzato/colonizzatore con sviluppato/sottosviluppato segna una continuità sostanziale tra le due coppie concettuali (Rist) che sottintende alla stessa logica di sfruttamento che i teorici della dipendenza avevano individuato nello scambio ineguale: tra un paese del centro dell’economia-mondo ed uno della periferia esiste una relazione per cui, un bene prodotto nel centro incorpora un prezzo più alto dovuto al fatto che in esso è compreso il livello salariale dei paesi più ricchi, pertanto il risultato a parità di costi di produzione sarà un ulteriore trasferimento di ricchezza dalla periferia al centro (Esteva, Frank, Amin). Ciò che il commercio internazionale produce è dunque lo sviluppo del sottosviluppo (Gunder Frank).

Ovviamente ben presto ci si accorse che la sola crescita economica del PNL poco serviva al miglioramento effettivo delle condizioni di vita dei paesi sottosviluppati e allora l’attenzione si spostò mano mano verso definizioni più moralmente accettabili. Sobbarcandosi di nuovo il pesante "fardello dell’uomo bianco" nacque l’approccio dei Basic needs in seno alle Nazioni Unite: i bisogni non erano solo di natura economica ma comprendevano l’educazione, l’assistenza sanitaria, la partecipazione democratica etc., tutte cose lodevoli dal punto di vista di una cultura, la nostra, che tende a rappresentarsi come migliore, proprio mentre più nefasti appaiono i danni ch’essa produce sul sostrato materiale e non su cui l’esistenza della specie umana avviene, ovvero la Terra!

Ancora una volta ci toccava insegnare a degli sprovveduti ed esotici esseri umani come fare a soddisfare quei bisogni che noi sembravamo conoscere meglio di loro stessi. Ma cosa in realtà bisognava insegnare?

Ciò che ci appariva come arretrato erano le forme dell’organizzazione sociale che erano frutto di adattamenti secolari e meticolosi dell’uomo all’ambiente circostante, economie non monetarizzate, scambi non a fini di lucro, relazioni sociali non finalizzate all’estrazione di plusvalore (Polanyi); quello che mancava all’Africa e al terzo mondo in generale era una struttura sociale di accumulazione, era la logica del profitto, dell’accumulazione fine a se stessa. È questa l’altra faccia della filantropia occidentale di cui ancora oggi sembriamo intrisi, nelle nostre logiche di aumento della produttività, di crescita dei consumi, di sviluppo.

A queste condizioni, è sostenibile questo sviluppo? È davvero questa la chance per l’umanità di realizzarsi? Gli ultimi decenni sembrerebbero affermare il contrario, con il divario tra ricchi e poveri che aumenta, con l’inquinamento impazzito, con la civiltà dei consumi che crea bisogni e li divora nell’attimo stesso in cui sembra soddisfarli; è questo progresso? Lo sviluppo è progresso?

Se abbandonassimo una visione unilineare della storia (anch’essa creazione del sistema-mondo capitalistico) ci apparirebbero più chiari altri movimenti che si sovrappongono a quelli lineari, quelli ciclici ad esempio che proprio la ragione economica evidenzia e che strumentalmente vengono esclusi dall’immaginario collettivo. La storia non è il luogo del miglioramento in sé della condizione dell’uomo: in termini relativi gran parte degli abitanti della terra oggi vivono in condizioni di gran lunga più miserevoli dei loro antenati che abitavano le stesse regioni, sta all’uomo progredire, o meglio, agli uomini! Non esiste una sola ricetta, ne esistono centinaia e ognuna è valida allo stesso modo ed ha pari dignità, ferma restando la possibilità di dialogo tra esperienze diverse purchè ciò avvenga in maniera dialettica e senza incorporare logiche di dominio culturale (leggi materiale) di una parte sull’altra.

La stessa ideologia, si badi bene, si confà perfettamente con lo sviluppismo di matrice staliniana e leninista: la rivoluzione è uguale ai soviet più l’elettricità, ribadì Lenin a più riprese, e l’URSS infatti non costituì mai un’alternativa torica reale agli Stati Uniti proprio perché accomunate dalla retorica sviluppista e della modernità.

Eppure dal cadavere mezzo sepolto dello sviluppo alcuni, molti in verità, traggono ancora spunto per gettare fumo negli occhi all’uomo comune nonostante la fede cieca nel miglioramento non appartenga alla nostra generazione: è di ulteriore crescita che abbiamo bisogno, o della redistribuzione di quella già realizzata e a caro prezzo?

postato da nmalandrino | 12:18 | <


01/12/2003

 

A tutti gli e-formers in procinto di partire per il prossimo ponte o per le vacanze di Natale, segnaliamo un po' di iniziative di formazione politica in giro per l'Italia. Chi intendesse invece partire appositamente per partecipare può contattarci via mail al solito nmaland@tin.it

saluti progressisti

Nazario Malandrino, resp. Area CulturE-FORMazione Politica SGCAMPANIA

Il Mediterraneo nel 2010
con Nicola Rossi

Venerdì 19 Dicembre - ore17,30
sala S. Russo - v. Alessi ( zona Scalinata) - Catania


Lavoro e diritti in Europa

con Cesare Damiano

Venerdì 16 Gennaio - ore18,30
Palazzo S. Domenico – v. S. Pietro,102 - Adrano


L’Europa della conoscenza
con Andrea Ranieri

Mercoledì 21 Gennaio - ore 18
Palazzo della Cultura - Sala Romeo - Giarre


L’identità politica ed istituzionale della nuova Europa
con Valdo Spini

Venerdì 30 Gennaio - ore 18
Centro sociale (zona P.zza Giardino) - Linguaglossa


per gli intenzionati a collaborare con l' e-Form regionale ma che non hanno ancora capito cosa abbiamo in mente, consigliamo -oltre che scaricare i vari moduli presenti sul sito (a propos... a brevissimo un modulo sul Terrorismo Internazionale) - provate a farvi un idea comparando la nostra esperienza con quella della federazione di Lucca....

Alle radici della nostra storia. Raccontare il Novecento italiano
I° corso di formazione sociale e politica a cura della Federazione di Lucca
Lucca - locali CEIS - piazza S. Francesco


Per informazioni, iscrizioni, e per consultare il programma scarica la brochure dal link: http://www.dsonline.it/allegatidef/lucca14224.pdf

































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23/10/2003

 

________5° Modulo E-Form_______

a cura di: Area Cultura>Formazione Politica Sinistra Giovanile Campana

dal Bilancio

Partecipativo

alle nuove Municipalità

esperienze e sviluppi delle Democrazie in Progress

>>>Saluti: Nicola Ucciero, Segretario Sg Campania; Introduzione all’ E-form: Nazario Malandrino, resp. Cultura e formazione politica Sg Campania; Relazione: dott. Massimiliano Di Tota Esp. Processi di Governabilità Partecipata; Comunicazioni: Luigi Borrelli, resp. Enti Locali Sg Campania; Amedeo Cortese, resp. Cultura e formazione politica Sg Napoli; Andrea Di Miele, Direzione Reg. Sg Campania <<<

>>>sono invitati gli eletti di E.E.L.L. e Università <<<

Lunedì, 27 ottobre
ore 16.30
Sala Alicata
Fed. Prov. DS
v. dei Fiorentini

 





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